Empatia o Exotopia? Ti piacciono i panni dell’altro?

agosto 8 2017, 1 Commenti

Immagino che abbiate già sentito parlare di Empatia. In molti casi è stata definita un argomento “prezzemolo” perché sta bene un po’ con tutto. Anche il suo significato è molto noto e ha a che fare con il “calarsi nei panni dell’altro”, “sentire dentro” ciò che l’altro prova. Senza dubbio è uno degli atteggiamenti emotivi interpersonali più conosciuto e apprezzato perché sembra “avvicinare le persone”: noi tutti siamo estremamente sensibili alla mole di segnali facciali, posturali, vocali e intenzionali che l’altro ci offre, e i nostri neuroni specchio (vedi mio articolo) sembrano sempre pronti a trasformare un semplice sorriso in complicità emotiva se non fusione e appartenenza. Ma soprattutto, l’empatia ci permette di prendere decisioni “moralmente” funzionali alla relazione che è in essere (almeno dovrebbe), un po’ come se ciò che decidiamo per gli altri, fosse ciò che decidiamo anche per noi. Sì lo so, ho un pochino estremizzato il concetto, ma per parlarvi di di Exotopia, cioè di come togliersi dai panni dell’altro, c’era bisogno di partire da basi estreme.

No, non sono impazzita.

Exotopia Sociale

Exotopia Sociale

L’arte del mettersi profondamente in relazione con l’altro troppo spesso, forse anche sfiorando il buonismo o l’eccessiva compassione, utilizza o cerca di utilizzare l’empatia come unica strategia relazionale quando si parla di “mettersi nei panni dell’altro”, “comprendere”, “risuonare”, “accogliere”… e andrebbe tutto davvero bene se non fosse per una domanda che pochi del settore si pongono, soprattutto se non sono abituati a lavorare su se stessi:

“Ma a me, i panni dell’altro, come stanno?”

No signori, non sono diventata una cinica senza cuore, ma sicuramente la ricerca dell’evoluzione relazionale e dell’essere multidimensionale, deve considerare che le relazioni non gravitano solo sul “quanto ti capisco e ti accolgo”, ma anche sul “quanto ti capisco e me ne frego, perché se ti capisco troppo non si va da nessuna parte, ne’ io, ne’ te!” E ancora, se io non ti riconosco come appartenente al mio gruppo perché i tuoi panni non mi piacciono proprio, sono scomodi, puzzolenti e di un colore assolutamente orribile… io, come faccio ad accettarti senza cancellare il mio modo di essere, senza annullarmi?

Solitamente mi difendo. Ci si difende da ciò che è diverso perché non “riusciamo a vestire i suoi panni”. Sembra una cosa brutta vero? Eppure, facciamo l’esempio di un contesto sanitario, proprio uno di quelli in cui ognuno si riempie la bocca e i panni della buona vecchia Empatia. Pensate veramente che se un chirurgo “empatizzasse” troppo con la persona che sta operando questo non produrrebbe un’interferenza nella lucidità mentale necessaria al buon esito dell’intervento?

Un’altro esempio giunge dalle strutture militari, dalle forze dell’ordine, ma anche dagli insegnanti e dall’essere genitori o amici! Persino nell’essere psicoterapeuti e nel Coaching non dovrebbe essere sempre e solo usata l’empatia in maniera unica e massiccia. Perché? Pensiamo veramente di poter entrare nei panni di tutti? Sì! No…

Exotopia Generazionale

Exotopia Generazionale

A volte è molto più utile restare nei nostri, e degli altri prendere atto, accettandoli, costruendo ponti, o stili relazionali magari non difensivi, che ci permettano di entrare in relazione anche quando l’empatia non funziona.

Ce lo vedete un militare, un vigile del fuoco, un soccorritore che tende solo a empatizzare e non a “extralocalizzarsi” emotivamente durante lo svolgimento del suo lavoro? L’Exotopia è esattamente questo: una strategia relazione che ti permette di riconoscere i panni dell’altro, magari misurarteli, valutare come ti stanno e condividerli, ma anche toglierli, restituirli e capire che quei panni non vanno bene per comunicare, rimetterti i tuoi, mostrarli all’altro, strutturare dei ponti tra le vostre diversità e instaurare una relazione più completa, in cui non ci sia solo una perdita di se stessi o una fusione tra te e l’altro, ma una netta separazione, accompagnata da ponti emotivi, strategie collaborative, strutture oggettive (come nel caso delle gerarchie aziendali) che ti permettano la giusta distanza per ottenere il massimo risultano relazionale possibile. Senza cadere nell’atto del difendersi da ciò che riconosciamo “diverso da noi”.

ognuno è un genio einsteinE quindi, dopo esserci tanto calati nei panni degli altri, rivestiamoci dei nostri vestiti, un po’ più consapevoli di come ci stanno e di come siamo e affrontiamo questa nuova sensazione di riappropriazione del nostro essere con un “nuovo” termine che miscelato alla nostra adorata Empatia, non potrà fare altro che migliorare il nostro stile relazionale, le nostre relazioni, i nostri rapporti, in primis con noi stessi, e di conseguenza anche con tutti (ma proprio tutti) gli altri.

L’Exotopia o Extralocalità è un contesto relazionale in cui chi mi sta di fronte viene considerato come un ente autonomo, con una sua specifica prospettiva, sensata, e che non può essere “semplicemente” ridotta alla nostra.

L’Empatia diventa quindi un processo di apertura verso l’altro, affinché si possa sviluppare Exotopia.

Nel momento in cui ti rendi conto che i panni dell’altro non possono essere i tuoi, semplicemente, consenti all’altro pari diritto di esistere. Potremmo dire che mentre l’atteggiamento empatico porta spesso ad una sorta di fusione emotiva, l’atteggiamento exotopico prevede invece una maggiore centratura su se stessi (raggiunto spero con percorsi personali adeguati e specifici), ma in accettazione di ciò che l’altro porta: i suoi panni, che però, possono, finalmente, non essere i tuoi.

Non solo quindi fusionali e risuonanti (Empatia), ma anche centrati ed aperti (Exotopia).

Non solo “sentire dentro” (Empatia), ma anche “sentire fuori” (Exotopia).

Ora proviamo… Invece di essere Empatici, per un giorno provate a concentrarvi sull’essere Exotopici. Senza paura delle differenze, votati alla creatività. Accettate l’altro nel confronto senza dover forzatamente mettervi nei suoi panni.

Leggete tra le righe, oltre le righe. E poi fatemi sapere come è andata.

Buona Exotopia.

Dott.sa Emanuela Papa

'One Response per “Empatia o Exotopia? Ti piacciono i panni dell’altro?”'
  1. Pier Paolo scrive:

    Buongiorno Emanuela.
    Felice di rileggere ogni tanto uno dei tuoi sempre interessanti post. Non conoscevo il termine exotopia, anche se ciò che tale parola contempla ero già solito attuarlo in maniera scrupolosa. E troppo spesso ultimamente. Non so se questo sia un bene oppure no, però per salvaguardare il mio fegato mi trovo sempre più exotopico piuttosto che empatico, nel senso che io ci provo a mettermi nei panni degli altri ma indossarli, o peggio ancora trovarcisi bene, questo proprio no! E mi domando quanto possa durare questa agonia. Si perché per me è un’agonia. E allora provo a sfatare un altro falso mito, visto che ti vedo “smitizzante” il giusto e concreta quanto basta per capire cosa intendo. Si perché la bella favoletta che spesso ho sentito ripetere più volte da alcuni pseudo guru che la sensibilità è un valore aggiunto, una risorsa che può darti una marcia in più, a me pare proprio una st######a! In un mondo dominato dall’ignoranza, dalla ricerca sfrenata dell’apparenza, e dalla rincorsa cieca al predominio, essere sensibili (e magari anche un minimo intelligenti) è una tortura che non augurerei nemmeno al mio peggior nemico. Se poi ci aggiungiamo l’essere idealisti (e purtroppo poco realisti) e pensare che si possa cambiare chi soffre della sindrome Dunning – Kruger con il semplice confronto, ecco che la frittata è fatta! Ovviamente la soluzione a questa tragica situazione la conosco anch’io, è purtroppo il metterla in pratica con la massima razionalità senza sentirsi minimamente toccati, quello che è più difficile.

Emanuela Papa - Psicologa, Psicoterapeuta e Coach Professionista